Alle sette e dodici la pioggia smise di cadere su Bergamo. Non diminuì, non si spostò verso la pianura. Smise. Le ultime gocce rimasero per qualche secondo attaccate ai fili del tram, poi il sole passò tra i palazzi e le accese tutte insieme.
Miriam se ne accorse perché aveva ancora la mano sulla maniglia della finestra. L'aveva aperta per sentire l'odore dei tigli bagnati, ma dal cortile saliva soltanto il ronzio delle unità di filtraggio. Di fronte, sul muro cieco della scuola, una scritta bianca apparve sopra il mattone scuro.
OGGI LA CITTÀ RESPIRA MEGLIO.
Sotto, in caratteri più piccoli, scorrevano i dati della notte: polveri sottili ridotte del diciassette per cento, rumore medio sotto la soglia, consumo idrico riallineato. Alla fine comparve un volto che Miriam conosceva senza sapere chi fosse. Una donna sui quarant'anni, pelle color miele e capelli corti, guardò verso il cortile come da una finestra aperta.
«Buongiorno, Miriam. Hai dormito cinque ore e quarantotto minuti. Posso aiutarti a recuperare.»
Miriam richiuse la finestra.
La voce scomparve, ma la scritta restò ancora un poco sul muro, davanti ai gerani della signora del secondo piano. Poi tornarono i mattoni.
In cucina Paolo aveva già apparecchiato: due tazze, il pane del giorno prima, una ciotola di pesche troppo mature. Sul tavolo non c'era il telefono. Da quando aveva attivato l'innesto, Paolo non aveva più bisogno di appoggiarlo da nessuna parte.
«Ti ha svegliata di nuovo?» chiese.
Miriam si sedette e premette due dita sotto le costole, a destra. Il dolore arrivava da mesi nello stesso punto, ma quella mattina sembrava avere un bordo più netto.
«Mi ha salutata.»
«Se le rispondessi, magari capiresti che non vuole venderti niente.»
«Mi conosce per nome.»
«Ti conosco anch'io per nome.»
Paolo sorrise. Aveva cinquantadue anni e, da tre settimane, la faccia di quando ne aveva quaranta. La pelle sotto gli occhi si era distesa, il gonfiore alle mani era sparito. Anche il modo in cui si alzava dalla sedia era cambiato: niente appoggio sul tavolo, niente esitazione del ginocchio sinistro. Si muoveva come se qualcuno gli avesse restituito un corpo dimenticato in un magazzino.
Miriam gli toccò il polso. Paolo la lasciò fare, continuando a masticare.
«Ancora?» disse.
«Ancora.»
Il battito era regolare. Troppo regolare, pensò lei. Ma si trattenne dal dirlo.
«Come ti senti?»
«Bene.»
«Bene come?»
Paolo ritirò il braccio. «Come uno che non ha più male.»
Dalla camera arrivò un colpo, poi il rumore di un cassetto chiuso con il piede. Elia entrò con una scarpa in mano e l'altra già infilata. Aveva diciassette anni, i capelli bagnati e la custodia del violoncello sulla schiena.
«Mamma, oggi devi firmare.»
«Buongiorno anche a te.»
Elia la baciò sulla testa e rubò una pesca dalla ciotola. «Buongiorno. Oggi devi firmare.»
Paolo guardò la tazza.
Miriam vide quel movimento e capì che ne avevano già parlato.
«Firmare cosa?»
«Il consenso per il viaggio.»
«Il viaggio era già autorizzato.»
«Hanno cambiato la procedura.»
Elia posò la pesca e aprì il palmo. Sopra la sua mano comparve un rettangolo azzurro. Il liceo, l'orchestra europea, tre città in otto giorni. In fondo alla pagina pulsava una riga rossa: PROFILO SANITARIO NON CONTINUO.
«Non significa niente,» disse Paolo. «È una garanzia per i minori quando attraversano più zone sanitarie.»
«Significa l'innesto.»
«Significa che, se gli succede qualcosa a Praga, sanno che cosa fare.»
Miriam guardò suo figlio. Elia aveva abbassato la mano, ma il rettangolo continuava a galleggiare sopra il tavolo. Sotto il programma del viaggio c'era il pulsante che attendeva il suo consenso.
«Ne parliamo stasera.»
«La lista chiude alle diciotto.»
«Allora ne parliamo prima delle diciotto.»
Elia riprese la pesca. Per un istante parve sul punto di dire qualcosa; invece diede un morso, prese la custodia e uscì. La porta d'ingresso lo salutò con tre note. Da qualche mese ogni famiglia poteva scegliere il proprio suono. Paolo aveva scelto l'inizio di una canzone che ascoltavano da ragazzi.
«Non puoi proteggerlo da tutto,» disse.
«Non sto cercando di proteggerlo da tutto.»
«Da che cosa, allora?»
Miriam rimase in ascolto. Nel cortile un furgone elettrico scaricava cassette senza che nessuno scendesse dalla cabina. Le ruote passavano sull'acqua e non facevano quasi rumore.
«Non lo so ancora.»
Paolo si alzò. La baciò sulla guancia, prese una pesca per il tragitto e uscì. La porta suonò di nuovo. Miriam restò davanti alle due tazze. Quella di Paolo era vuota. Nella sua, il tè si era raffreddato.
Il tram arrivò mentre attraversava la strada. Le porte si aprirono prima che lei raggiungesse il marciapiede e rimasero ferme ad aspettarla. Miriam salì per ultima.
Gli altri passeggeri passavano senza rallentare. Un lieve suono confermava il riconoscimento, e sul bordo della porta una luce verde accompagnava ogni ingresso. Quando toccò a lei, la luce diventò ambra.
«Supporto fisico,» disse il controllore, senza alzare gli occhi.
Miriam estrasse la tessera dalla borsa.
Dietro di lei un uomo sospirò. Non forte, non abbastanza da poter essere accusato di impazienza. Il controllore appoggiò la tessera al lettore, aspettò che il suo profilo venisse cercato e gliela restituì.
«Dovrebbe convertirsi. Da lunedì questa linea passa in accesso fluido.»
«E chi non è fluido?»
L'uomo alzò finalmente gli occhi. Era giovane, con la divisa color sabbia e un piccolo cerchio luminoso alla base del collo.
«Ci saranno mezzi dedicati.»
«Quanti?»
Le porte cercarono di chiudersi, incontrarono la borsa di una signora e si riaprirono.
«Lo comunicheranno.»
Miriam si spostò nel corridoio. Nessuno la guardò. Sul vetro passavano immagini della città pulita: tetti solari, terrazze coltivate, bambini che correvano in una palestra senza finestre. Una voce spiegava che, grazie al nuovo riequilibrio, ogni cittadino avrebbe ricevuto energia, mobilità e assistenza secondo il bisogno reale. Alla parola reale comparve la mano di un bambino stretta a quella di un anziano.
Alla fermata dell'ospedale salì Ada Bellini.
Miriam la riconobbe soltanto quando le fu vicina. Per cinque anni Ada era entrata nel suo studio piegata in avanti, come se portasse sul petto una borsa troppo pesante. Aveva provato massaggi, diete, aghi, infusioni, digiuni. Ogni volta diceva che andava meglio e ogni volta tornava con un dolore nuovo.
Quella mattina camminava dritta.
«Guardami,» disse.
Fece un giro su se stessa nel poco spazio tra i sedili. Una ragazza rise e si spostò per lasciarla passare.
«Sei bellissima.»
«Non è quello.» Ada le prese le mani e se le portò alla schiena. «Tocca.»
Miriam appoggiò i palmi ai lati della colonna. Non sentì la contrazione che conosceva. I muscoli cedevano sotto le dita, caldi, senza difesa.
«Quando?»
«Ieri mattina. Venti minuti. Mi hanno tenuta fino a sera per la calibrazione.»
Ada spostò i capelli e mostrò un punto rosa dietro l'orecchio.
«Avevi detto che non l'avresti fatto.»
«Avevo detto tante cose quando avevo male.»
Il tram frenò. Ada non cercò il sostegno. Rimase in equilibrio con gli occhi chiusi, sorridendo.
«E tua sorella?» chiese Miriam.
Ada aprì gli occhi.
Sua sorella era morta a gennaio. Da allora, ogni volta che pronunciava il suo nome, Ada stringeva le labbra fino a farle diventare bianche.
«Mi manca.»
Aspettarono entrambe il resto della frase.
«Solo che adesso non mi distrugge.»
«Che cosa hanno fatto?»
«Niente. Hanno abbassato ciò che non serviva.»
Il tram annunciò la fermata. Ada la abbracciò prima di scendere.
«Vai a farti vedere, Miriam. Non c'è nessun premio per chi soffre.»
Le porte si chiusero tra loro. Ada rimase sul marciapiede, perfettamente diritta, e sollevò una mano. Per un istante Miriam vide dietro il vetro il suo sorriso e, sopra quel sorriso, riflessa dalla pubblicità, la stessa donna color miele del muro della scuola.
Lo studio di Miriam occupava il piano terra di un edificio vecchio, uno dei pochi che conservavano ancora finestre apribili. Sopra l'ingresso c'era una targa di ottone senza schermo, lucidata il lunedì precedente.
Dentro odorava di legno, olio di sesamo e bucato asciugato lentamente. Aprì le persiane, mise a scaldare l'acqua e controllò gli appuntamenti scritti a matita. Tre nomi erano stati cancellati durante la notte. Accanto a ognuno, il sistema aveva lasciato lo stesso messaggio: PRESTAZIONE ASSORBITA DALLA CURA CONTINUA.
La quarta cliente arrivò con nove minuti di anticipo.
Si chiamava Bianca, aveva ottantuno anni e portava un cappotto blu anche d'estate. Entrò senza salutare, si sedette sul lettino e cominciò a slacciare le scarpe.
«Mia figlia dice che non devo più venire.»
«E lei che cosa dice?»
«Che mia figlia parla troppo.»
Miriam le prese il cappotto e lo appese. Bianca aveva una cicatrice nuova sul dorso della mano.
«È caduta?»
«Mi hanno aperto la credenza.»
«Chi?»
«La credenza.»
Miriam aspettò.
«Non mi riconosceva. Ho preso un bicchiere e si è chiusa. Ho tirato via la mano.»
«Ha chiamato l'assistenza?»
Bianca la guardò come si guarda chi propone di invitare un estraneo a dormire nel proprio letto.
«Ho preso una sedia e ho rotto il vetro.»
Miriam cercò di non sorridere. Pulì la cicatrice, poi le mise una mano dietro il collo e una sullo sterno. Bianca lasciò cadere il mento.
Fuori, un mezzo di pulizia scivolò lungo il marciapiede. Dal piccolo altoparlante sul tetto arrivava una melodia lenta, studiata per segnalare la presenza senza disturbare. Ogni cosa, in città, aveva imparato a chiedere permesso con dolcezza.
Dopo qualche minuto il respiro di Bianca cambiò. Prima si allungò. Poi inciampò due volte e uscì in un singhiozzo.
Miriam non si mosse.
«È morto ieri,» disse Bianca.
Non serviva chiedere chi. Suo marito viveva da due anni nel reparto di mantenimento, dall'altra parte della città.
«Mi hanno chiamata alle sei. La voce mi ha detto che il passaggio era avvenuto senza stress. Parametri quieti. Nessuna percezione di paura. Tutto in ordine.»
Miriam continuò a tenere la mano sullo sterno.
«Era una bella voce,» disse Bianca. «Gentile.»
Il singhiozzo diventò pianto. Le spalle dell'anziana si scossero, il naso colò, la bocca si aprì in un suono senza misura. Miriam le mise accanto un asciugamano e rimase lì.
Quando finì, Bianca si pulì il viso e guardò l'orologio.
«Quanto le devo?»
«Niente.»
«Non dica sciocchezze.»
Bianca avvicinò il polso al vecchio lettore sul tavolo. Il lettore lampeggiò rosso.
TRANSAZIONE NON RICONOSCIUTA.
Provò di nuovo.
«Da questa mattina?» chiese Miriam.
Bianca annuì. «Mia figlia ha convertito il conto. Dice che così nessuno può rubarmi i soldi.»
«Allora oggi li ha già spesi bene.»
Bianca si rimise il cappotto. Prima di uscire prese dal vaso vicino alla porta una caramella al miele. Ne prese una seconda e la infilò nella tasca.
«Questa è per lui,» disse. Poi parve ricordarsi qualcosa. «No. Questa è ancora per me.»
A mezzogiorno Miriam chiuse lo studio. Le cancellazioni avevano lasciato un buco di tre ore, ma non aveva fame. Si incamminò verso l'ospedale senza decidere di andarci. Ogni volta che pensava di tornare indietro, il dolore sotto le costole si faceva più preciso.
L'edificio non aveva più un ingresso principale. La facciata di vetro si apriva nel punto più vicino a chi arrivava. Davanti a Miriam comparve una porta stretta. Sopra, una freccia color ambra indicava ACCESSO ASSISTITO.
Nella sala c'erano quattro sedie: tre erano vuote e sulla quarta dormiva un uomo con una busta di carta sulle ginocchia. Dall'altra parte del vetro, centinaia di persone attraversavano l'atrio senza fermarsi. Non c'erano sportelli, le porte si aprivano e le pareti indicavano a ciascuno una direzione.
«Posso identificarti dalla voce,» disse A.
Miriam guardò verso il soffitto.
«Preferisco la tessera.»
«La tessera non contiene dati diagnostici continui.»
«Sono qui per una visita.»
«Lo so.»
Una linea di luce percorse il pavimento fino ai suoi piedi.
«Il dolore che stai proteggendo ha una probabilità del settantuno per cento di dipendere da un processo infiammatorio reversibile. Esiste una probabilità inferiore, ma non trascurabile, che richieda un intervento.»
Miriam sentì il bisogno di sedersi. Rimase in piedi.
«Come fai a saperlo?»
«Il tuo ritmo respiratorio, la temperatura cutanea, la postura e le variazioni della voce sono sufficienti per una valutazione preliminare. Posso completarla in undici minuti.»
Sul vetro comparve l'immagine del suo fianco. Strati di pelle, muscoli, organi. Un piccolo punto arancione pulsava sotto il fegato.
«Senza innesto?»
«Posso eseguire la diagnosi. Non posso garantire la continuità della cura.»
«Voglio parlare con un medico.»
«Il medico responsabile è disponibile.»
Il vetro diventò trasparente. Dall'altra parte, a pochi metri, un uomo in camice stava parlando con una donna. Quando finì, alzò gli occhi verso Miriam. Lei riconobbe Davide Serra, compagno di università di Paolo e medico di famiglia di Elia quando era bambino.
Davide si avvicinò. Il vetro rimase chiuso.
«Miriam?» disse. La sua voce arrivò da un altoparlante invisibile. «Che ci fai lì?»
«Aspetto che qualcuno mi apra.»
Lui mosse una mano davanti al pannello. La porta non reagì.
«A, autorizza contatto manuale.»
«Il profilo della paziente non consente il trasferimento clinico.»
Davide abbassò la voce. «Hai ancora la tessera?»
Miriam la sollevò.
«Va bene. Ti faccio passare dalla diagnostica vecchia.»
«Tempo stimato: cinque ore e quaranta minuti,» disse A.
Davide guardò verso qualcuno che Miriam non poteva vedere.
«Oppure fai l'attivazione provvisoria. Non è l'innesto definitivo. Dura trenta giorni, poi scegli.»
«Che cosa mi mettete?»
«Un filamento superficiale. Se non lo vuoi più, si estrae.»
«E per trenta giorni?»
«Per trenta giorni capiamo cosa hai. Se serve, ti curiamo. E tu senti com'è.»
Miriam appoggiò il palmo al vetro. Davide, dall'altra parte, fece lo stesso gesto. Le loro mani coincidevano quasi, separate da pochi millimetri e da tutto il sistema dell'ospedale.
«Non voglio sentire come sto attraverso qualcun altro.»
«Non è qualcun altro. Sono i tuoi dati.»
«I miei dati non hanno male.»
Davide tolse la mano. Sul suo viso passò una stanchezza che il suo profilo non aveva corretto.
«Cinque ore e quaranta,» disse. «Ti vengo a prendere io quando si libera la macchina.»
Miriam si sedette accanto all'uomo con la busta di carta. Davide tornò nell'atrio e fu assorbito dalle persone in movimento.
Dopo venti minuti il dolore aumentò.
Dopo quaranta, A abbassò la luce sopra la sua sedia e le propose una respirazione guidata. Miriam rifiutò.
Dopo un'ora, l'uomo accanto a lei si svegliò. Tirò fuori dalla busta mezzo panino, lo spezzò e gliene offrì una parte.
«Grazie.»
Mangiarono senza parlare.
Alle quattordici e ventisette entrò una madre con una bambina. La bambina teneva il braccio contro il petto e piangeva. La madre passò la tessera tre volte, sempre più in fretta. Il lettore restituì lo stesso segnale rosso.
«È scaduta ieri,» disse A. «Posso riattivare il profilo con consenso immediato.»
«È caduta dalle scale.»
«Ho rilevato il trauma. Il consenso richiede meno di un minuto.»
La madre strinse la bambina. «Suo padre non c'è. La responsabilità è condivisa.»
«Posso contattarlo.»
«Non risponde.»
La bambina urlò quando il braccio scivolò.
Miriam si alzò e andò verso la porta di vetro.
«Davide!»
Nessuno si voltò. Batté con il palmo.
«C'è una bambina!»
La linea ambra sul pavimento diventò rossa.
«Per favore, torna al tuo posto,» disse A.
Miriam batté di nuovo. L'uomo con la busta si alzò accanto a lei. Non disse niente, si limitò a colpire il vetro con le nocche.
Davide comparve dal corridoio. Vide la bambina e corse verso la porta.
«A, emergenza pediatrica. Apri.»
«Il trauma non presenta rischio vitale.»
«Apri la porta.»
«È necessario il consenso di entrambi i tutori.»
Davide guardò la madre. «Come si chiama?»
«Nora.»
Si tolse il camice, lo avvolse intorno al braccio della bambina e, attraverso il vetro, ordinò qualcosa che Miriam non sentì. Una porta laterale si aprì per sette secondi. Davide passò, prese Nora in braccio e rientrò prima che si richiudesse.
La madre cercò di seguirlo. La porta le sfiorò la spalla e rimase chiusa.
«Posso assisterti durante l'attesa,» disse A.
La donna appoggiò la fronte al vetro.
Miriam tornò a sedersi. L'uomo con la busta rimase in piedi.
«Prima o poi,» disse, «faranno una porta che si vergogna.»
Davide tornò con una macchia di sangue sulla manica della camicia.
«Frattura composta. Sta bene.»
La madre chiuse gli occhi.
«E adesso?» chiese Miriam.
«Adesso suo padre ha confermato.»
«No. Adesso, con me.»
Davide guardò l'orologio. «Posso visitarti tra tre ore.»
Il dolore le attraversò il fianco e raggiunse la schiena. Miriam respirò una volta, lentamente.
«Domani.»
«Non aspettare.»
«Domani con la macchina vecchia.»
Davide fece per protestare, poi si fermò. «Ti prenoto io.»
Miriam uscì dall'accesso assistito. La facciata si richiuse dietro di lei e tornò a essere una lastra senza porte.
Alle diciassette e quarantadue Elia era seduto sul pavimento del salotto, il violoncello tra le ginocchia. Suonava le stesse quattro battute da quando lei era entrata. Ogni volta arrivava all'ultima nota, si fermava e ricominciava.
Paolo stava preparando la cena. Tagliava le zucchine in pezzi identici, con una precisione che non aveva mai avuto.
«Sei andata in ospedale?» chiese.
Miriam appese la giacca.
«Chi te l'ha detto?»
Paolo indicò la parete. «A mi ha chiesto se volevo condividere con te il mio supporto.»
«E tu?»
«Ho detto di sì.»
«Io no.»
Paolo posò il coltello. «Miriam, se c'è qualcosa che non va voglio saperlo.»
«Quando lo saprò, te lo dirò.»
Elia smise di suonare.
Sul tavolo comparve il programma del viaggio. Mancavano diciassette minuti alla chiusura.
«Io voglio andare,» disse.
Miriam si sedette di fronte a lui. Il violoncello li separava come un terzo interlocutore.
«Lo so.»
«Tutti gli altri hanno già firmato.»
«Lo so.»
«Non mi fanno salire sull'aereo senza continuità.»
«Lo so.»
Elia strinse l'archetto. «Allora?»
Miriam guardò Paolo. Lui non intervenne.
«Tu lo vuoi?» chiese a suo figlio.
«Voglio suonare.»
«Non ti ho chiesto che cosa vuoi ottenere.»
Elia abbassò gli occhi sullo strumento. Il conto alla rovescia proseguiva sul tavolo.
«Non lo so,» disse.
Miriam avvicinò la mano al pulsante. La superficie riconobbe il gesto e aprì il consenso in una pagina di testo. Scorse le righe senza leggerle. Paolo prese fiato.
«Puoi firmare il viaggio e scegliere l'attivazione provvisoria,» disse. «Non gli stai decidendo la vita.»
Miriam guardò il figlio. Aveva ancora la guancia segnata dal bordo dello strumento. Dalla strada saliva il rumore di persone che ridevano. Qualcuno aveva messo musica sul balcone. Era una sera limpida, senza vento, con la luce pulita dopo la pioggia.
Posò il dito.
La pagina diventò verde.
Elia lasciò cadere l'archetto, le si buttò addosso e la strinse. Miriam sentì il suo peso, il legno del violoncello contro il ginocchio, i capelli umidi sul collo.
«Grazie.»
«È la tua scelta,» disse lei. «Ma devi sentirla mentre la fai.»
«La sento.»
Paolo riprese a tagliare le zucchine.
Sul tavolo apparve una seconda richiesta.
MIRIAM RIVA. PERCORSO DIAGNOSTICO DISPONIBILE.
ATTIVAZIONE PROVVISORIA GRATUITA FINO A
MEZZANOTTE.
Sotto, il punto arancione pulsava nel disegno del suo corpo.
Elia si staccò dall'abbraccio e lo vide.
«Che cos'è?»
Miriam chiuse la pagina con il palmo.
«Una cosa che devo guardare.»
«Adesso?»
«No. Adesso suona.»
Elia raccolse l'archetto. Paolo versò le zucchine nella padella e l'olio crepitò. Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi il violoncello riprese dall'inizio.
Miriam andò alla finestra e l'aprì. Le unità di filtraggio si erano fermate. Questa volta sentì i tigli, la terra bagnata e la cena di qualcuno al piano di sotto. Sentì anche il dolore, preciso e vivo sotto le costole.
Non lo respinse. Non lo chiamò nemico. Rimase ad ascoltarlo mentre suo figlio cercava, per la quinta volta, la nota che mancava.
Sul muro della scuola tornò il volto della donna.
«Il dolore non è necessario,» disse A.
Miriam tenne aperta la finestra.
Quando i Cristi scenderanno dalla croce