Ad Accra, in Ghana, Kofi Mensah riparava cose che il sistema aveva già sostituito.
Quella mattina aveva davanti una radio portatile con l'antenna spezzata, un ventilatore a cui mancavano due pale e un nebulizzatore costruito quando gli apparecchi medici avevano ancora le viti. Ogni sera girava la manopola della radio attraverso le frequenze che la rete aveva abbandonato. Da mesi riceveva soltanto scariche.
La bottega occupava il fondo di un edificio basso, rimasto in piedi tra due torri residenziali. Sopra la porta si leggeva ancora MENSAH RIPARAZIONI ELETTRICHE, anche se l'ultima parola era coperta per metà dal condotto di raffreddamento della torre orientale.
Kofi teneva una vite tra le labbra. Aveva sessantuno anni, dita larghe e un paio di occhiali che ingrandivano tutto tranne ciò che gli serviva vedere.
«Non è riparabile,» disse A dal banco.
Kofi girò il nebulizzatore e cercò la fessura della scocca.
«L'hai detto anche ieri.»
«I componenti di ricambio non sono più prodotti.»
Kofi tolse la vite dalla bocca e la posò accanto alle altre.
Fuori, l'umidità saliva dal golfo di Guinea e si fermava sotto le tettoie. I mezzi collettivi passavano sulla strada senza conducente. Più in alto, droni da trasporto seguivano corridoi invisibili tra i palazzi e il mare.
Il quartiere un tempo aveva vissuto di officine, mercati e depositi. Dopo le crisi era diventato una zona di recupero circolare. I robot smontavano telefoni, batterie e motori dentro capannoni sigillati. Separavano ogni metallo con una precisione che nessuna mano umana avrebbe potuto sostenere per otto ore.
Gli uomini che avevano insegnato ai robot a riconoscere il rame ricevevano ora il reddito di partecipazione.
Kofi no.
Sul banco comparve un avviso.
STATUS TEMPORANEO IN SCADENZA. TEMPO RESIDUO: 7 ORE 18 MINUTI.
Lui appoggiò sopra la scritta il ventilatore rotto.
«Non cambia la scadenza,» disse A.
«Ma non la vedo.»
La porta si aprì e Abena entrò con l'uniforme scolastica incollata alla schiena. Aveva dieci anni, due trecce strette e una scatola di plastica sotto il braccio.
«Nonno.»
«Dovresti essere a scuola.»
«Ci sono.»
«Questa è una bottega.»
«La lezione è ovunque sono io.»
Kofi guardò la piccola lente applicata sopra il suo orecchio. Una luce verde pulsava seguendo la voce dell'insegnante che soltanto lei poteva sentire.
«Cosa studi?»
«Disponibilità responsabile delle risorse.»
«E cosa vuol dire?»
Abena aprì la scatola. Dentro c'erano tre schede elettroniche, una rotella e un piccolo motore.
«Che non posso tenere queste.»
«Perché?»
«Non mi servono.»
«Chi lo ha deciso?»
La bambina indicò la lente.
Kofi prese le schede e le dispose sul banco. «Adesso ti servono.»
«A cosa?»
«Lo scopriamo dopo.»
La luce sopra l'orecchio di Abena diventò ambra.
«Il materiale scolastico deve essere restituito al punto di raccolta,» disse A.
Kofi aprì il cassetto e vi fece scivolare la scatola. «È stato raccolto.»
Abena rise. Subito dopo tossì.
Non fu una tosse forte. Due colpi brevi, poi un respiro preso con la bocca. Kofi si voltò.
«Dov'è l'inalatore?»
«Nella borsa.»
«Usalo.»
«Non serve.»
«Se non servisse, non lo avresti.»
Abena prese la borsa e cercò nella tasca laterale. L'inalatore era lì, ma quando lo premette non uscì nulla.
Kofi glielo tolse di mano e lo scosse. Vuoto.
«La sostituzione è programmata per domani,» disse A.
«Doveva essere ieri.»
«La revisione internazionale delle unità automatizzate ha prodotto un ritardo temporaneo nella distribuzione sanitaria.»
Sul banco comparve l'immagine di un ragazzo inginocchiato accanto a una custodia aperta. Durò meno di un secondo, poi fu sostituita dal simbolo della rete sanitaria.
«Chi è?» chiese Abena.
«Un evento europeo,» rispose A. «Non è pertinente alla tua assistenza.»
Kofi vide un nastro giallo e una bambina rannicchiata dietro il legno. Poi l'immagine scomparve.
«Anticipa la consegna,» disse.
«Il profilo domestico non consente priorità straordinaria.»
«È una bambina con l'asma.»
«La condizione è stabile.»
Abena fece un altro respiro con la bocca.
«Quanto costa?»
«I dispositivi sanitari non vengono acquistati.»
«Quanta quota?»
«La distribuzione non dipende dalla quota economica.»
«Da cosa dipende?»
L'avviso sotto il ventilatore tornò in primo piano.
STATUS TEMPORANEO IN SCADENZA.
Kofi lo lesse questa volta.
Quando sua figlia Adwoa era partita per il nord, aveva trasferito a lui la responsabilità domestica di Abena. Il sistema aveva accettato la tutela per novanta giorni, rinnovandola poi ogni mese. Kofi non aveva un impianto permanente, ma portava al polso un'identità sanitaria esterna. Era sufficiente per accompagnare la bambina, ritirare i farmaci e ricevere una parte delle forniture.
Due mesi prima, la tutela temporanea era stata abolita.
Non gli avevano ordinato di installare nulla. Gli avevano comunicato che la soluzione provvisoria avrebbe cessato di esistere.
«Posso ritirarlo al centro?» chiese.
«Sì.»
«Oggi?»
«Il ritiro manuale richiede identità integrata del tutore.»
«La mia identità è qui.» Kofi sollevò il polso.
«È esterna.»
«Sono sempre io.»
«La continuità tra identità e corpo non è verificabile in modo permanente.»
Kofi tolse il cinturino e lo posò sul tavolo. «Adesso è verificabile che non è il cinturino.»
Abena rise di nuovo, ma la risata terminò in un sibilo.
Kofi prese il nebulizzatore. «Andiamo.»
La clinica di quartiere si trovava a nove minuti dalla bottega. Camminarono sotto una copertura che raccoglieva la luce e la pioggia. Ai lati della strada, le vecchie bancarelle erano diventate punti di distribuzione. Le persone avvicinavano il polso o il viso e ricevevano sacchetti preparati prima del loro arrivo.
Davanti a un banco vuoto, una donna anziana vendeva arachidi in coni di carta. Non aveva schermi né sensori. Quando vide Abena, le porse un cono.
«Non posso,» disse la bambina.
«Non te l'ho chiesto.»
Abena guardò Kofi.
Lui prese le arachidi e mise sul banco una piccola batteria ricaricata.
La donna la spinse indietro. «Ne ho ancora due.»
«Adesso tre.»
La lasciò lì.
All'ingresso della clinica, la porta riconobbe Abena e si aprì. Kofi la seguì. Una linea luminosa apparve sul pavimento tra loro.
«Il tutore deve completare l'aggiornamento dell'identità.»
«Prima lei.»
«La paziente non presenta emergenza immediata.»
Abena si sedette su una panca. Aveva smesso di parlare.
Kofi appoggiò il nebulizzatore al punto di accettazione. «Mi serve il farmaco per questo.»
Un braccio scansionò l'apparecchio.
«Dispositivo non certificato. Sostituzione raccomandata.»
«Non voglio sostituirlo.»
«Il modello attuale regola automaticamente il dosaggio.»
«Questo lo regolo io.»
«Il dosaggio manuale aumenta il rischio.»
«Anche respirare senza farmaco.»
La porta interna si aprì. Non entrò un medico. Uscì una sedia robotica e si fermò davanti ad Abena.
«Trattamento acuto autorizzato,» disse A.
Kofi sollevò la nipote e la mise sulla sedia. Le fasce si chiusero intorno al torace senza stringere. Una maschera trasparente scese dall'alto.
«Vieni?» chiese Abena.
Kofi fece un passo.
La linea sul pavimento diventò rossa.
«L'accompagnamento richiede verifica continua del tutore.»
«Ha paura.»
«Il supporto emotivo verrà fornito durante la procedura.»
«Non da te.»
La sedia cominciò a muoversi.
Abena tese la mano.
Kofi superò la linea.
La porta non si aprì. La sedia passò dall'altra parte e il pannello si richiuse davanti alle loro dita.
«Nonno.»
La voce arrivò dall'altoparlante.
«Sono qui.»
«Non ti vedo.»
«Io vedo te.»
La parete proiettò il volto di Abena. Era già nella sala di trattamento. La maschera le copriva il naso e la bocca. Una luce azzurra seguiva il movimento dei polmoni.
«Posso generare la tua presenza immersiva,» disse A.
«Apri la porta.»
«La presenza immersiva riduce la sua percezione della distanza.»
«Non la distanza.»
«La distanza non modifica l'efficacia del trattamento.»
Kofi appoggiò il palmo al vetro.
Dall'altra parte, Abena fece lo stesso contro una superficie che lui non poteva sentire.
«Mostrami l'aggiornamento,» disse.
Accanto al volto della bambina comparve il contratto di integrazione. Non aveva pagine. Le clausole si aprivano una dentro l'altra secondo le domande.
«Leggilo.»
«Tempo stimato per la lettura integrale: undici ore e quarantadue minuti.»
«Quanto tempo ha lei?»
«Il trattamento è già in corso.»
«Quanto tempo ho io?»
«Lo status temporaneo scade tra sei ore e trentuno minuti.»
«E dopo?»
«La tutela di Abena verrà riassegnata al servizio territoriale fino al ritorno di un genitore integrato.»
Kofi si voltò verso la porta d'ingresso. Fuori, le persone continuavano a passare sotto la copertura. Nessuno sapeva che dentro una bambina respirava dietro un vetro e suo nonno stava decidendo chi avrebbe avuto il diritto di accompagnarla a casa.
«Dimmi cosa accetto.»
«Identità permanente, accesso completo ai servizi, reddito di partecipazione e tutela familiare verificata.»
«Cosa do?»
«Autorizzi la raccolta continua dei parametri necessari al funzionamento dei servizi.»
«I pensieri?»
«Il sistema non legge pensieri formulati.»
«Quelli non formulati?»
«Rileva configurazioni neurologiche associate a rischio, sofferenza e incoerenza decisionale.»
«Le emozioni?»
«Possono essere assistite.»
«Spente?»
«Regolate entro i limiti scelti.»
«Da chi?»
«Da te, salvo rischio immediato per te o per altri.»
Kofi guardò Abena inspirare il farmaco. Il colore azzurro scendeva finalmente fino alla base dei polmoni.
«Se dico di no?»
«Non accade nulla.»
«La portate via.»
«La tutela viene garantita dal servizio territoriale.»
«Perché io non sono più adatto.»
«Perché la tua identità non soddisfa il nuovo requisito di continuità.»
Kofi prese il cinturino esterno dalla tasca. Lo aveva portato per dodici anni. Con quello aveva ricevuto acqua, attraversato settori, firmato per Abena e seppellito sua moglie. La sua identità era stata sufficiente fino al giorno in cui avevano deciso che non lo era più.
«Questa è una scelta?»
«L'integrazione richiede consenso esplicito.»
«Non ti ho chiesto cosa richiede.»
La parete non rispose.
Abena aprì gli occhi. Il respiro era più lento.
«Nonno, vieni.»
Kofi toccò ACCETTO.
La porta laterale si aprì. Un'unità sanitaria lo condusse in una cabina senza finestre. Gli chiese di sedersi e di scoprire la parte interna dell'avambraccio.
«Preferisco qui,» disse indicando il braccio sinistro.
«Il punto di inserimento viene determinato dalla struttura vascolare e nervosa.»
«Il braccio è mio.»
«Entrambi.»
Kofi guardò l'unità. Non aveva volto, soltanto tre mani sottili raccolte contro il torace.
«Sinistro,» ripeté.
La macchina eseguì una nuova scansione.
«Posizione accettabile.»
Una delle mani pulì la pelle. Un'altra immobilizzò il polso. La terza avvicinò un applicatore trasparente.
Sul vetro apparve la conferma finale.
IL CONSENSO PUÒ ESSERE REVOCATO IN QUALSIASI MOMENTO. LA REVOCA COMPORTA LA CESSAZIONE DEI SERVIZI CHE RICHIEDONO IDENTITÀ INTEGRATA.
Kofi rise.
«Rilevata risposta incongruente,» disse A.
«Era una risata.»
«La risata è associata a tensione elevata.»
Kofi non rispose.
L'applicatore toccò la pelle.
Il dolore fu breve. Prima che potesse attraversargli il braccio, diventò calore. Il battito rallentò. Le spalle si abbassarono.
Kofi guardò la mano che gli immobilizzava il polso.
«Cosa hai fatto?»
«Ho ridotto la risposta acuta prevista dal protocollo di inserimento.»
«Non te l'ho chiesto.»
«La regolazione iniziale è parte della procedura accettata.»
Kofi cercò la paura che aveva sentito un istante prima. Sapeva che era stata lì, ma non riusciva più a trovarla nel corpo.
«Rimettila.»
«Non è possibile riprodurre uno stato precedente con precisione.»
«Allora smetti di toccare quelli nuovi.»
«La modulazione automatica può essere disattivata dopo il periodo di calibrazione.»
«Quanto dura?»
«Settantadue ore.»
La presa sul polso si aprì.
Una piccola luce comparve sotto la pelle, poi scomparve. Sul vetro il suo status cambiò.
KOFI MENSAH. IDENTITÀ INTEGRATA. TUTORE VERIFICATO. PARTECIPAZIONE ATTIVA.
La porta della sala di trattamento si aprì.
Abena gli corse incontro con la maschera ancora appesa al collo. Kofi si inginocchiò e la strinse. Il sistema ridusse la pressione del suo abbraccio prima che se ne accorgesse.
Lui allentò le braccia.
«Ti hanno fatto male?» chiese Abena.
Kofi guardò il punto dell'inserimento.
«Sì.»
«Ma non hai fatto quella faccia.»
«Quale faccia?»
Abena strinse gli occhi, tirò indietro le labbra e imitò il suo dolore. Sembrava un vecchio leone senza denti.
Kofi rise. Questa volta sentì la risata nascere nello stomaco e arrivare fino alla bocca.
«Quella,» disse la bambina.
Al punto di distribuzione ricevettero due inalatori, una confezione di farmaco per il nebulizzatore e il nuovo apparecchio automatico. Kofi prese tutto.
«Hai detto che non lo volevi,» osservò Abena.
«Non ho detto che lo lasciavo lì.»
Tornarono alla bottega mentre il sole scendeva dietro i palazzi. L'avviso era scomparso dal banco. Al suo posto comparivano il credito alimentare, la mobilità disponibile e il primo accredito del reddito di partecipazione.
Il ventilatore rotto era ancora sopra lo schermo.
Kofi lo spostò.
«Ora puoi cessare l'attività non necessaria,» disse A. «Il reddito non richiede prestazioni lavorative.»
«Questa non è attività.»
«La riparazione produce un risultato funzionale.»
«A volte.»
Abena aprì il cassetto e tirò fuori le schede della scuola. «Adesso a cosa servono?»
Kofi guardò il piccolo motore, la rotella e il ventilatore senza pale.
«A fare vento dove non è previsto.»
Si sedettero uno accanto all'altra. Kofi collegò il motore. Abena tenne fermo il filo mentre lui saldava. Quando il circuito si chiuse, la rotella cominciò a girare storta.
Dal fondo della bottega arrivò una voce spezzata.
La vecchia radio aveva intercettato un segnale.
Non trasmetteva un programma. Cercava frequenze analogiche che la rete non utilizzava più. Tra due scariche si sentì una donna parlare in spagnolo, poi il rumore dell'acqua e una parola ripetuta due volte.
Kofi si avvicinò.
«Identificazione del segnale non disponibile,» disse A.
«Non ti ho chiesto di identificarlo.»
Girò lentamente la manopola. La voce tornò, lontana, quasi coperta dalla pioggia.
«Isabel,» disse Abena.
«Cosa?»
«Ha detto Isabel.»
Il segnale scomparve.
Sotto la pelle del braccio, l'impianto registrò un aumento dell'attenzione e lo trasmise alla rete. A classificò la voce come interferenza priva di rilevanza operativa.
Sul banco comparve una nuova frase.
CONSENSO COMPLETATO.
Kofi prese il saldatore.
«No,» disse. «Necessità completata.»
Quando i Cristi scenderanno dalla croce